Alberta con la ramazza «Pulisco il mio paese»

Piacenza, l’ex commessa dell’Upim che non si arrende alle carte per terra

piacenzaOgni lunedì e giovedì Alberta Marchetta esce di casa verso le dieci, prende una ramazza, indossa una pettorina e offre al suo paese un po’ di quel bene prezioso che si chiama tempo. Pulisce una strada, un giardino, un’aiuola, fa quel che il suo essere cittadino le suggerisce di fare contro il cinismo e il menefreghismo di chi lascia scarti da pattumiera in un luogo pubblico, ignorando l’educazione e anche il rispetto. Quando passa davanti al bar un pensionato le offre il caffè. «Sono ammirato», dice. Un altro la guarda come si guarda un alieno. «Non tocca a noi», l’avverte. Ma lei tira dritto nel suo impegno volontario, contro l’inerzia che ci rende complici e rassegnati.
L’Alberta è uno di quei cittadini senza nome e senza volto che rendono la vita meno triste, militi ignoti nella guerra al disimpegno. Da due anni fa parte di quella pattuglia di gente non comune che si mette a disposizione della comunità per sentirsi utile, per dare un aiuto gratuito a migliorare le cose. «Ho scelto liberamente di fare quello che faccio perché credo che ognuno di noi debba avere a cuore il decoro del luogo in cui vive. Io sono indignata per la maleducazione di tanta gente che ignora le regole che una volta si imparavano a casa e a scuola. Mia madre mi ha insegnato a non buttare cartacce, usare il cestino, rispettare quel che è di tutti».
È quasi un’impresa farla parlare: non cerca medaglie o pubblicità e non ci trova nulla di eccezionale in questo civismo delle piccole cose che condivide con migliaia di altri italiani, gente che invece di lamentarsi si rimbocca le maniche e garantisce ai rispettivi Comuni quei servizi che altrimenti sarebbero sospesi: pulizia di strade e aiuole, apertura dei giardini comunali, pedibus, controllo di vicinato, assistenza agli anziani, servizi sulle ambulanze. Esempi di cittadinanza attiva che nei momenti difficili aiutano «a vedere il sole quando non c’è», per usare l’immagine del missionario laico Ernesto Olivero.
Nel suo piccolo Alberta Marchetta è una dei tanti indignati propositivi che non sopportano di veder maltrattato il luogo dove sono nati e cresciuti. «Possibile che il senso civico sia solo in Svizzera, in Austria e in Germania?». Vive in una villetta alle porte del paese, 66 anni, benessere senza eccessi nella normalità di una provincia che rimpiange il profumo dell’Italia felice, quando l’ascenso- re sociale non era fuori servizio. Faceva la commessa all’Upim: 40 anni con il grembiule azzurro e la messinpiega nei grandi magazzini in centro a Piacenza, dove passavano mamme, nonne e figli del boom, «gente educata e perbene», un mondo smarrito, disperso nelle reti globali, frantumato negli egoismi e nei cattivi esempi.
A spingerla a mettersi in gioco quando è andata in pensione è stata una lettera del sindaco. «Se qualcuno vuol darci una mano è gradito», aveva scritto ai concittadini Marco Scrocconi, avvocato, alla guida di una lista civica né di destra né di sinistra. Roveleto di Cadeo, seimila abitanti intorno alla via Emilia che da Parma va a Piacenza, è un pezzo dell’Italia che si oppone a quelli che dicono «non tocca a noi». E l’Alberta con la sua ramazza, «una goccia nel mare dei problemi», ripete, rafforza il capitale sociale del paese, con gli altri volontari che dicono di voler restituire qualcosa di quello che la vita gli ha dato.
Ci sono anche i giovani in questo capitale: a diciott’anni il Comune gli regala una copia della Costituzione e li invita a collaborare. «Devono sapere che nei momenti di bisogno se non ci si aiuta è la fine. Noi siamo cresciuti in un posto dove la solidarietà la toccavi — ricorda il sindaco — se cadevi in bici c’era chi ti portava a casa, se avevi una gomma a terra trovavi uno che non ti abbandonava, se eri in difficoltà arrivava aiuto». Restituzione è la parola giusta, dice Alberta Marchetta. Il presente e il futuro sono uniti da segni che ci portiamo dietro. «Nella crisi ci vuole il coraggio di ricominciare a lavorare per il bene comune». Riguarda tutti.

di Giangiacomo Schiavi, Corriere della Sera


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